Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana M. Aleandri

Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana M. Aleandri

BLUE TONGUE

BLUE TONGUE

La Blue Tongue o Febbre catarrale dei piccoli ruminanti è una malattia infettiva virale di interesse veterinario che, per le caratteristiche epidemiologiche, è definita “esotica”. È diffusa infatti nell’area geografica compresa tra il 35° parallelo sud ed il 40° nord ( in particolare in Africa e nel bacino del Mediterraneo), dove il clima caldo-umido fornisce le condizioni ideali per la sopravvivenza e la replicazione virale. Il virus appartiene alla famiglia Reoviridae, genere Orbivirus (RNA virus) ed è caratterizzato da una certa variabilità genetica (24 sierotipi noti, di cui 21 isolati nel solo continente africano). La Blue Tongue è conosciuta sin dal 1881, ma soltanto nella prima metà del ‘900 si è scoperto che la diffusione della malattia dipendeva da un vettore artropode ematofago della famiglia Culicoides, e successivamente è stato identificato il C. Imicola come il principale responsabile dell’infezione nei ruminanti . Il Culicoides è fondamentale nella diffusione della malattia in quanto, assume il virus con il pasto di sangue effettuato su un animale infetto e lo trasmette ad uno sano; inoltre il virus replica nell’organismo dell’insetto aumentando la carica infettante. La Blue Tongue non può essere trasmessa direttamente da un animale all’altro.
La malattia ha un andamento stagionale proprio perché legata all’attività dei vettori, che sono diffusi durante i periodi caldi (primavera – fine estate, con picchi di prevalenza alla fine della stagione estiva) e vanno in quiescenza con i primi freddi (T° < 12° C).
Anche le caratteristiche idrogeologiche del terreno possono favorire la malattia, in quanto il Culicoides necessita di luoghi dove è presente acqua per potersi riprodurre (laghi, fiumi, ma anche pozze di acqua che si formano in prossimità dei ricoveri degli animali).
Tutti i ruminanti sono sensibili all’infezione; quelli selvatici hanno l’importante funzione di portatori sani e serbatoi del virus. La pecora è la specie più sensibile alla malattia e manifesta sintomi tipici, la capra può infettarsi ma non si ammala ed il bovino funge da amplificatore virale poiché, dopo essere stato infettato dal vettore, manifesta una lunga viremia senza sintomi clinici (o con lieve sintomatologia), aumentando la probabilità che il virus venga diffuso da successivi pasti di sangue dell’insetto. Sembra inoltre che il Culicoides preferisca nutrirsi sui bovini piuttosto che sulle altre specie sensibili all’infezione. Nella pecora il periodo di incubazione può variare dai 4 ai 14 giorni, con una morbilità che va dal 30 fino all’80% ed una mortalità compresa tra l’1 ed il 30%. La sintomatologia nella pecora può variare in relazione al sierotipo virale ed alla resistenza individuale degli animali colpiti, ma in generale è caratterizzata da febbre per cui l’animale è prostrato e tende a rimanere appartato dal resto del gregge, edema ed arrossamento della bocca, degli occhi, del cercine coronario, delle mammelle e a volte delle orecchie. L’animale può presentare scolo nasale, salivazione ed in genere manifesta zoppia. L’azione patogena del virus è rivolta principalmente agli endoteli per cui l’animale malato può manifestare fragilità capillare (evidente se viene sfregata la cute del piatto della coscia con formazione di ecchimosi) e, in alcuni casi, colorazione bluastra ed ingrossamento della lingua, da cui origina il nome di “morbo della lingua blu”.