Sette casi di sindrome polmonare su un’imbarcazione proveniente dall’Argentina.
Un cluster di casi di sindrome polmonare da Hantavirus è stato recentemente segnalato a bordo di una nave da crociera proveniente dall’Argentina, con 147 persone tra passeggeri ed equipaggio. I casi identificati sono sette, di cui tre con esito fatale, uno attualmente in condizioni critiche e due con conferma diagnostica di infezione da Hantavirus.
Secondo le informazioni disponibili, il primo caso avrebbe sviluppato i sintomi all’inizio di aprile, mentre gli altri tra la fine del mese e i primi giorni di maggio. Questo intervallo temporale non consente di escludere completamente né una fonte di contaminazione zoonotica a bordo della nave né una limitata trasmissione interumana. Tuttavia, appare improbabile che i singoli casi abbiano contratto l’infezione in località diverse durante gli scali.
Pur in presenza di un contesto chiuso e potenzialmente affollato, come quello di una nave da crociera, non emergono al momento elementi che facciano pensare a un rischio di diffusione su larga scala. Gli Hantavirus non sono virus nuovi per la popolazione umana. Diffusi in diverse aree del mondo, presentano caratteristiche differenti: in Europa e in Asia sono generalmente associati a sindromi renali, mentre nelle Americhe possono causare gravi forme di sindrome polmonare. In Sud America, in particolare, sono documentati virus come Andes e Laguna Negra, potenzialmente responsabili dei casi osservati.
In Europa, dagli ultimi dati resi disponibili dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control), ci sono stati circa 15000 casi nel periodo 2019-2023, concentrati soprattutto in Finlandia e Germania, seguiti da Svezia, Austria, Croazia, Slovenia, Francia e Slovacchia. Tutti gli altri paesi riportano un numero di casi molto basso o nullo. L’Italia nel quinquennio di riferimento non ha notificato casi di Hantavirus.
In Italia però il virus è presente nel serbatoio, in Friuli Venezia Giulia, al confine, con Austria e Slovenia dove sono stati appunto segnalati infezioni umane, come dimostrato nel 2022, quando è stato rilevato in un esemplare di topo selvatico dal collo giallo.
La trasmissione all’uomo avviene prevalentemente per via ambientale, attraverso l’inalazione di aerosol contaminati da escreti di roditori infetti, mentre la trasmissione interumana è considerata un evento raro ed è stata dimostrata solo per il virus Andes.
In questo contesto, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana M. Aleandri conferma il proprio ruolo di riferimento nella sorveglianza delle zoonosi emergenti. L’Istituto ha coordinato in Italia un progetto CCM- attraverso le attività della UOC Patologia Animale e Sanità Pubblica, in collaborazione con altri enti come l’INMI Spallanzani ed altre realtà ospedaliere italiane- finalizzato allo sviluppo di un sistema di sorveglianza integrata dell’infezione da Hantavirus in Italia secondo l’approccio One Health.
Il progetto, con l’obiettivo di valutare la diffusione del virus sul territorio nazionale, ha analizzato i principali serbatoi naturali – roditori – e l’ambiente, attraverso lo studio di reflui urbani e di allevamento.
I risultati del progetto sono stati presentati il 12 giugno 2025 presso il Ministero della Salute, nel corso dell’evento conclusivo che ha riunito esperti nazionali e internazionali, istituzioni sanitarie, università e operatori del settore ambientale. Il lavoro biennale ha consentito la raccolta e l’analisi integrata di campioni umani, animali e ambientali, includendo anche approcci di metagenomica, e ha prodotto una base dati fondamentale per la valutazione del rischio e la definizione di strategie di controllo su scala nazionale e regionale.
«Si tratta di virus conosciuti e monitorati da tempo. In questo caso, la dinamica dei contagi suggerisce con maggiore probabilità un’esposizione a una fonte comune, piuttosto che una diffusione estesa da persona a persona», dichiara il Commissario Straordinario dell’IZSLT, Stefano Palomba. «La tempestiva identificazione del cluster rappresenta un elemento fondamentale per il contenimento del focolaio e per la gestione del rischio».
«Il valore del progetto CCM – aggiunge Palomba – sta nella capacità di mettere in rete competenze diverse e approcci complementari, rafforzando la sorveglianza e la prevenzione delle malattie emergenti. L’approccio One Health non è più una prospettiva, ma una necessità operativa per la sanità pubblica contemporanea».
Un modello che integra medicina veterinaria e medicina umana, coinvolgendo anche i veterinari liberi professionisti nelle attività di campionamento, per costruire una rete capillare di monitoraggio.