L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, Centro di Referenza Nazionale per i Primati Non Umani, fornisce un aggiornamento sull’evoluzione del focolaio di Ebola attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), evento che, per caratteristiche epidemiologiche e impatto sanitario, richiama l’attenzione dell’intera comunità One Health.
Ad oggi sono stati riportati 746 casi, di cui 85 confermati con test di laboratorio, e 176 decessi. Diversi distretti sanitari della provincia dell’Ituri — confinante con Uganda e Sud Sudan — sono stati colpiti, mentre alcuni casi sono stati segnalati anche nell’area di Goma, al confine con il Rwanda, territorio non controllato dal governo congolese bensì dai ribelli dell’M23. Di particolare rilievo risultano inoltre i due casi identificati a Kampala, in Uganda, per i quali è stata immediatamente attivata la ricerca dei contatti.
Il caso indice ha sviluppato i sintomi il 24 aprile, ma i modelli matematici elaborati dall’Imperial College London stimano che l’epidemia sia iniziata tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. Si è verificato dunque un ritardo diagnostico, imputabile in parte alla scarsa sensibilità dei test impiegati e in parte alla qualità non ottimale dei campioni analizzati. È probabile che un singolo salto di specie sia stato seguito da successive catene di trasmissione e che strutture ospedaliere e cerimonie funebri abbiano contribuito all’amplificazione dell’epidemia. Il virus responsabile, Ebola Bundibugyo, presenta alcune mutazioni rispetto ai ceppi che hanno causato precedenti focolai, ma è improbabile che queste ne alterino le principali caratteristiche biologiche.
Come noto, il venir meno del sostegno operativo di agenzie statunitensi quali United States Agency for International Development (USAID), insieme alle cure prestate ai malati da familiari privi di adeguata formazione sanitaria e alla persistenza di credenze radicate in specifici contesti socioculturali, potrebbe aver contribuito alle difficoltà operative riscontrate sul campo.
In assenza di farmaci specifici e di vaccini efficaci contro Ebola Bundibugyo — considerato che la cross-reattività dei vaccini sviluppati contro Ebola Zaire potrebbe rivelarsi limitata — le principali misure di contenimento restano l’isolamento dei casi, la ricerca attiva dei contatti e la quarantena. Allo stato attuale, la situazione nelle province dell’Ituri e del Kivu è considerata preoccupante: il rischio di ulteriore diffusione è valutato dall’World Health Organization come molto alto a livello nazionale, alto per i Paesi confinanti e, al momento, basso a livello globale. Ciò non esime tuttavia la comunità internazionale dall’intervenire con decisione per arrestare la circolazione del virus.
Il serbatoio naturale dei virus Ebola non è stato ancora identificato con certezza. Tuttavia, studi sperimentali e indagini sul campo condotti in Africa suggeriscono fortemente che i pipistrelli frugivori possano rappresentare gli ospiti naturali del virus e, ad oggi, il principale serbatoio animale conosciuto. I risultati delle ricerche indicano infatti che alcune specie di pipistrelli potrebbero essere portatrici del virus senza manifestare sintomi clinici. Il virus di Marburg, strettamente correlato a Ebola, è stato inoltre isolato in Uganda in pipistrelli frugivori della specie Rousettus aegyptiacus.
Il virus Ebola è stato rilevato anche in altre specie animali, tra cui primati non umani — come scimmie antropomorfe e altre specie di scimmie — e duiker, una piccola antilope selvatica africana. Ad oggi, tuttavia, i primati non umani non sono considerati ospiti naturali del virus, a causa della loro elevata sensibilità all’infezione e dell’alto tasso di mortalità osservato. Sebbene la fonte primaria dell’infezione resti ancora non completamente chiarita, la maggior parte delle evidenze scientifiche indica una trasmissione diretta da uno o più ospiti naturali o attraverso il contatto con le loro secrezioni ed escrezioni.
Attualmente non vi sono evidenze che gli animali domestici svolgano un ruolo epidemiologico attivo nella trasmissione della malattia all’uomo.