Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana "M.Aleandri"

Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana M. Aleandri

Residui farmacologici

I farmaci possiedono una grossa rilevanza tra i residui che contaminano gli alimenti, infatti, con l’aumento dell’uso di sostanze per la prevenzione, il controllo ed il trattamento delle malattie animali, si calcola che ad oggi oltre l’80% degli animali da produzione subisce trattamenti farmacologici. In questa situazione generale, è ovvio che il rischio che dei residui farmacologici e/o dei lorometaboliti siano presenti nelle derrate di origine animale e costituiscano un potenziale rischio per l’uomo, è tutt’altro che virtuale. Negli ultimi anni sta inoltre assumendo sempre più importanza per la comunità scientifica l’influenza che i farmaci veterinari hanno sull’ambiente; gli animali tendono, infatti, ad eliminare attraverso i diversi secreti ed escreti corporei le molecole somministrate o metaboliti ancora attivi determinando un’inevitabile contaminazione degli ecosistemi. La quota di farmaco può, infatti, riversarsi all’esterno delle aree di allevamento, essere assunta da organismi filtro ed entrare a far parte della catena trofoalimentare, o depositarsi nei sedimenti, dai quali può essere rimossa per variazioni delle condizioni ambientali.

L’impatto che né deriva e’ strettamente legato alle caratteristiche chimico-fisiche dei principi attivi che ne condizionano la stabilità: non tutte le molecole farmacologiche risultano infatti essere suscettibili alla degradazione dei microrganismi e degli agenti naturali. Proprio per questo motivo l’attuale normativa comunitaria prevede una particolare attenzione per la valutazione dell’impatto ambientale dei farmaci che vengono sottoposti alla procedura di autorizzazione necessaria per l’immissione in commercio. L’utilizzo di farmaci negli animali è un aspetto importante da considerare anche in relazione alla farmacoresistenza ovvero un fenomeno naturale dovuto ad una pressione selettiva delle popolazioni batteriche causata dalla somministrazione antibiotica che determina la comparsa di geni di resistenza. Tale materiale genetico può poi diffondersi in specie batteriche anche di tipo differente ed eventualmente divenire parte integrante del DNA.

I rischi tossicologici che si possono manifestare nell’uomo in seguito all’assunzione di residui dixenobiotici presenti negli alimenti di o.a. si dividono in rischi diretti e rischi indiretti.

I rischi tossicologici diretti sono quelli derivanti dall’assunzione di residui contenuti negli alimenti e si distinguono in:

  • Fenomeni tossici
  • Manifestazioni allergiche
  • Effetti cancerogeni
  • Effetti mutageni
  • Effetti teratogeni

I rischi tossicologici indiretti sono quelli responsabili di fenomeni di resistenza batterica, causa di insuccessi terapeutici nel trattamento di varie patologie infettive dell’uomo e degli animali. Le conseguenze di uno stato di tossicosi generato da residui farmacologici possono manifestarsi sia in forma acuta, come nel caso di manifestazioni allergiche, che in quella cronica, come la possibilità di disturbi all’apparato neuroendocrino o l’insorgenza di neoplasie. Tuttavia è attualmente impossibile impedire la presenza di sostanze xenobiotiche negli alimenti di o.a per molteplici motivi. Gli allevamenti intensivi, ad esempio, dipendono necessariamente dall’uso di medicinali veterinari per poter garantire le buone condizioni di salute e benessere degli animali nonché una produzione di derrate alimentari redditizia. Tra l’altro i laboratori attualmente dispongono di tecniche di indagine analitica in grado di ritrovare tracce estremamente basse di alcune molecole e svelare quindi anche trattamenti effettuati molto tempo addietro o addirittura delle semplici contaminazioni casuali. Molto importante inoltre è la necessità di soddisfare la pressante opinione pubblica attraverso la produzione di prodotti sicuri mediante criteri scientificamente definiti. Tali motivazioni hanno quindi contribuito all’abbandono del vecchio principio della tossicologia alimentare chiamato “residuo zero” che non ammetteva la presenza negli alimenti di una sostanza xenobiotica a prescindere dalla concentrazione. Attualmente il criterio che viene adottato è quello del Limite Massimo Residuale (MRL) ovvero un valore che quantifica la massima concentrazione di residui risultante dall’utilizzo di un medicinale veterinario (espressa in mg/kg) che la comunità può ammettere, che sia consentita legalmente o riconosciuta accettabile negli o sugli alimenti. Per definire tale limite sono necessari studi tossicologici al fine di definire in maniera certa latossicità della sostanza e assicurarsi che la quantità di residuo ammessa non rappresenti un pericolo per il consumatore. Sulla base del Limite Massimo Residuale sarà poi possibile definire il “Tempo di attesa o sospensione” cioè l’intervallo di tempo che deve intercorrere tra l’ultima somministrazione del medicinale veterinario all’animale nelle normali condizioni d’uso e l’ottenimento dei prodotti alimentari dall’animale, per garantire che i prodotti non contengano residui in quantità superiori a quelle previste. I tempi di attesa di un farmaco variano in base al principio attivo del farmaco, alla specie sottoposta alla terapia e alla produzione animale che verrà poi destinata al consumo umano (carne, latte, uova, etc..). Questo parametro viene definito mediante esperimenti che permettono di conoscere la cinetica della sostanza nell’organismo animale e di conseguenza i tempi e le modalità di concentrazione, trasformazione e di eliminazione dei residui da parte del soggetto. Esistono tuttavia sostanze farmacologicamente attive per le quali non è stato possibile fissare dei LMR; i residui di queste sostanze infatti rappresentano un rischio per la salute umana anche a concentrazioni molto basse e di conseguenza il loro utilizzo per la formulazione di presidi medicinali non è autorizzato dalla Comunità Europea. Il cloranfenicolo ad esempio, pur essendo un antibiotico molto valido, può produrre effetti nocivi se assunto attraverso l’alimentazione e perciò la somministrazione ad animali destinati alla produzione di derrate alimentari è severamente proibita sul territorio di tutti gli stati membri.

Nel caso venga provato l’utilizzo di sostanze non autorizzate in animali da produzione e negli alimenti derivati sono disposte sanzioni amministrative e penali. L’azienda interessata viene inoltre sottoposta a sequestro e vengono effettuate ulteriori indagini nonché il prelievo di campioni al fine di svelare la portata del trattamento illecito. Gli enti di controllo possono, sulla base dei risultati degli accertamenti, destinare alla distruzione le derrate alimentari contenenti sostanze pericolose ed eventualmente procedere all’abbattimento gli animali che sono stati illecitamente trattati.

Nel caso vengano ritrovati residui di sostanze autorizzate ma in quantità superiori a quelle previste dai Limiti Massimi Residuali, l’Autorità Competente, effettua un’indagine nell’azienda di origine o di provenienza, a seconda dei casi, per stabilire le cause. Inoltre è necessario adottare, in base ai risultati dell’indagine, le misure necessarie per la tutela della sanità pubblica, compreso eventualmente il divieto di uscita degli animali o dei prodotti dall’azienda o dallo stabilimento di cui trattasi per un periodo determinato.

In caso di infrazioni ripetute al rispetto dei limiti massimi dei residui l’autorità competente procede inoltre ad un controllo più rigoroso degli animali e dei prodotti dell’azienda o dello stabilimento per un periodo di almeno sei mesi, con sequestro dei prodotti o carcasse in attesa dei risultati dell’analisi dei campioni prelevati. Se i risultati evidenziano un superamento del limite massimo di residui, bisognerà procedere al ritiro dal consumo umano delle carcasse o dei prodotti e al loro trattamento ai sensi del Regolamento (CE) n. 1774 del 2002.

La contaminazione delle derrate alimentari è dovuta a cause differenti e avvenire durante qualsiasi fase della filiera produttiva. Il ritrovamento di sostanze non autorizzate è solitamente sinonimo di un trattamento illecito compiuto dal produttore per ottenere un maggior ritorno economico. Al contrario la non conformità rispetto a sostanze autorizzate può essere dovuta a motivi accidentali. L’inquinamento del mangime, ad esempio, può determinare la presenza di sostanze indesiderate in tessuti o secreti dell’animale. Questo può avvenire per cause quali un errore di dosaggio nella formulazione dell’alimento zootecnico, una cattiva o mancata pulizia degli impianti, un errata programmazione delle miscele e  l’inquinamento dei locali di stoccaggio. Talvolta possono nascere errori nella fase di somministrazione di un farmaco ed è quindi possibile un sovradosaggio del principio attivo con conseguente difficoltà da parte dell’animale a metabolizzare la sostanza entro i tempi di sospensione indicati dal produttore. Infine vi è la possibilità che la presenza di residui sia dovuta ad un mancato rispetto dei tempi di sospensione, per disattenzione o dolo, e di conseguenza si ritroveranno nelle derrate alimentari quantità superiori di quelle considerate accettabili dalla normativa.